Il 28 gennaio ricorreranno 60 anni dalla tragedia di Brema, il più grave lutto che ha colpito la storia del nuoto italiano. Allora un aereo della Lufthansa partito da Francoforte - il Convair Metropolitan - precipitò in fase di atterraggio all'aeroporto di Brema. Nessun superstite. Tra le 46 vittime vi era una selezione della nazionale di nuoto composta da Bruno Bianchi (22 anni), Amedeo Chimisso (19), Sergio De Gregorio (19), Carmen Longo (18), Luciana Massenzi (20), Chiaffredo Dino Rora (20), Daniela Samuele (17) accompagnati dall'allenatore Paolo Costoli (55) e con al seguito il giornalista Nico Sapio (36), telecronista nato a Novara, impiegato presso la sede RAI di Genova e voce del nuoto italiano nelle occasioni importanti. Tutti erano diretti al meeting di Brema, la più prestigiosa manifestazione della stagione invernale trasmessa in eurovisione e a cui partecipavano anche atleti extraeuropei: americani, australiani e giapponesi che era solito incontrare solo ai Giochi Olimpici.
La tragedia colpì profondamente il sentimento pubblico. Fu proclamato lutto nazionale e ai funerali parteciparono il Presidente del Consiglio Aldo Moro e il Ministro della difesa Giulio Andreotti, oltre a migliaia di persone. Inoltre quei giovani rappresentavano gran parte della nazionale dell'epoca; erano un modello per i tanti praticanti e la loro perdita creò un buco generazionale sportivo colmato solo dopo molto tempo.
In occasione della ricorrenza la Federazione Italiana Nuoto sta organizzando una serie di iniziative per onorare la memoria degli azzurri.
Il presidente Paolo Barelli, capogruppo dei deputati di Forza Italia, alle 13:30 ricorderà alla Camera i caduti di Brema; inoltre ha invitato tutte le società affiliate ad interrompere per un minuto, alle ore 18:50, momento dell'incidente, tutte le attività in essere presso le piscine in ricordo dei nostri angeli e contestualmente a leggere negli impianti un ricordo in memoria di quelle giovani vite spezzate nel pieno della loro crescita e carriera agonistica.
A Brema, alle 14:00, in Nordelander Strasse, dove sorgono due stele in memoria dei caduti italiani e tedeschi, una delegazione della federazione rappresentata dal direttore tecnico della nazionale di nuoto Cesare Butini e dal plurimedagliato campione internazionale Luca Dotto parteciperà ad un momento commemorativo con il Console Generale d'Italia ad Hannover Piero Vaira, una delegazione del Comites (comitato degli italiani all'estero) e un esponente della comunità ecclesiale locale, oltre a familiari e cittadini.
A partire dalle 8:00 SKY trasmetterà un docufilm di 30 minuti a cura di Riccardo Re e Silvia Vallini, con la regia e il montaggio di Flavio Chioda, dal titolo "La fatale coincidenza. Il nuoto azzurro nel cielo di Brema '66", che racconta Bruno Bianchi, Amedeo Chimisso, Sergio De Gregorio, Carmen Longo, Luciana Massenzi, Chiaffredo Dino Rora, Daniela Samuele, Paolo Costoli e Nico Sapio, e ripercorre il drammatico evento con immagini e contributi inediti del presidente Barelli, di familiari e di atleti dell'epoca.
Per chiunque volesse conoscere meglio la storia degli azzurri consigliamo un capitolo de "Il buio oltre la gloria" di Giorgio e Paolo Viberti, di cui condividiamo l'estratto.
"Paff... bum" cantava quella sera Lucio Dalla, in coppia con il complesso inglese The Yardbirds, sul palco del XVI Festival della canzone italiana nel Salone delle Feste del Casinò di Sanremo. Erano le 18,51 del 28 gennaio 1966 e nei cieli della Germania si stava compiendo una delle più terribili tragedie nella storia dell’aviazione civile e anche nella storia dello sport. Il Convair CV-440 della Lufthansa con 46 persone a bordo precipitò durante la fase di atterraggio allo scalo di Brema. Un lampo poi lo schianto: "Paff... bum".
A bordo di quel volo Lufthansa 405 partito da Francoforte c’erano anche sette giovani nuotatori azzurri, quattro uomini e tre donne che in verità erano poco più che ragazzi: Sergio De Gregorio, Bruno Bianchi, Amedeo Chimisso, Luciana Massenzi, Dino Rora, Carmen Longo e Daniela Samuele. Avrebbero dovuto partecipare a Brema, nel nord della Germania, a uno dei più prestigiosi meeting internazionali di allora e confrontarsi, come in quegli anni non succedeva spesso, anche con i rivali americani, australiani, giapponesi... Nessuno dei 46 passeggeri riuscì a sopravvivere nell’immane disastro, che si portò via un’intera generazione del nuoto italiano e passò tristemente alla storia come la tragedia di Brema.
Bruno Bianchi, nato a Trieste, era stileliberista e capitano della Nazionale, 16 volte primatista italiano, il più vecchio e già veterano del gruppo, anche se appena ventiduenne. Nuotava a Torino per la squadra sponsorizzata dalla Fiat, azienda nella quale lavorava per pagarsi gli studi universitari, ed era allenato dal famoso Umberto Usmiani, per il quale aveva una sorta di venerazione. Era già stato azzurro anche alle Olimpiadi di Roma 1960 e Tokyo 1964, riuscendo a entrare in finale con le staffette 4x100 mista e 4x200 stile libero. Il diciannovenne veneziano Amedeo Chimisso, dorsista e primatista dei 200 misti, aveva imparato a nuotare nei canali della Giudecca, nella laguna veneta, e gareggiava per la Rari Nantes Patavium. Figlio di uno scaricatore di porto di Venezia, faceva il fattorino a tempo perso per cercare di sbarcare il lunario. Il romano Sergio De Gregorio, stileliberista e delfinista, cinque titoli italiani assoluti e pluriprimatista nazionale, avrebbe compiuto vent’anni a febbraio. Di giorno lavorava e di notte si allenava per l’A.S. Roma. Spaziava dai 200 ai 1500 stile libero e stabilì 16 record italiani. Lui pure era stato finalista con la staffetta azzurra ai Giochi di Tokyo 1964. Appena diciottenne e originaria di Bologna era Carmen Longo, ranista e mistista, primatista e campionessa italiana della Rari Nantes. Frequentava il liceo classico e nello zaino per Brema aveva messo anche un libro di Saffo, la sua poetessa preferita. Da Roma arrivava Luciana Massenzi, 20 anni, stileliberista e dorsista, quattro titoli assoluti, primatista dei 100 dorso. Tesserata per la Roma Nuoto, era stata azzurra agli Europei 1962 di Lipsia, sempre in Germania. La stessa età aveva Chiaffredo “Dino” Rora, dorsista e stileliberista torinese, come Bianchi tesserato per il Fiat. Per l’azienda automobilistica torinese lavorava inoltre come impiegato ed era uno dei quattro nuotatori italiani ad aver detenuto fino ad allora un record europeo (come Angelo Romani, Paolo Pucci e Fritz Dennerlein): 1’01”9 nei 100 dorso. Due anni prima era stato settimo con la staffetta azzurra nella 4x100 mista alle Olimpiadi di Tokyo. Appena 17 anni aveva infine Daniela Samuele, nata a Genova ma cresciuta a Milano nella Canottieri Olona, mistista e delfinista, la più giovane del gruppo. Nella sua valigia, accanto al costume, si era portata per l’occasione anche il suo primo abito da sera in chiffon. Con loro sul volo verso Brema c’erano anche il tecnico federale Paolo Costoli, fiorentino di 55 anni, ex ottimo nuotatore azzurro e poi eccellente pallanotista (quattro scudetti con la Rari Nantes Firenze), e il telecronista Nico Sapio, 36 anni, che avrebbe dovuto commentare le immagini televisive in eurovisione per la Rai. Nessuno si salvò in quel terribile schianto: erano le 18,51 di venerdì 28 gennaio 1966.
La notte dell’addio era il titolo della canzone di Iva Zanicchi che Mike Bongiorno stava presentando quella sera al Festival di Sanremo, trasmesso in diretta dal programma Nazionale della Rai. I telespettatori italiani rimasero a lungo ignari della tragedia di Brema. Allora non c’erano Internet, né telefoni cellulari, e la notizia del disastro arrivò solo molte ore dopo e con dispacci di agenzia lacunosi e frammentari. Il numero delle vittime e la dinamica dello schianto rimasero inizialmente incerti e controversi. Si parlò di condizioni meteo critiche, di illuminazione difettosa sulla pista dell’aeroporto, di scarsa visibilità, di manovra errata, di malore del pilota. Alcuni fra i soccorritori dissero di aver trovato il copilota al suo posto, deceduto sul colpo, ma con una tenaglia arrugginita in mano. Perché? In seguito fu accertato che quel giorno nella zona di Brema il meteo aveva previsto tempo inclemente e visibilità molto scarsa, tanto che sul Corvair della Lufthansa era stata imbarcata una quantità maggiore di carburante nell’eventualità di un atterraggio alternativo di emergenza all’aeroporto di Stoccarda. Il capitano Heinz Saalfeld, primo pilota di quel volo CV-440, decise invece di affrontare ugualmente la discesa su Brema. Verso le 18,40 l’aereo iniziò l’avvicinamento da est alla pista numero 27. Per la forte pioggia la visibilità era ridotta a 700 metri, con vento forte in coda. Furono probabilmente alcuni errori umani e tecnici a causare il disastro. Quando infatti l’aereo era ormai a una decina di metri dal suolo, il capitano Saalfeld capì che non sarebbe riuscito a tenerlo in pista e che sarebbe finito lungo. Così impostò una “riattaccata”, tentò cioè di riprendere quota con un immediato e nuovo impulso ai motori. Ma il Corvair da 21,5 tonnellate fece una brusca virata a sinistra, toccò probabilmente il suolo con l’ala di quel lato e si schiantò contro un campo 400 metri oltre la fine della pista dell’aeroporto, prendendo fuoco. Nello spaventoso rogo, spento dai vigili del fuoco circa un’ora dopo, l’aereo andò quasi completamente distrutto. Nessuno dei passeggeri sopravvisse.
La commissione che indagò sulla tragedia pubblicò il proprio rapporto solo un anno più tardi, concludendo che per il malfunzionamento di uno strumento di bordo l’aereo non imboccò il corretto corridoio di discesa e mantenne una quota superiore a quella necessaria per l’atterraggio. Il capitano Saalfeld, a causa dell’oscurità e della scarsa visibilità, probabilmente stimò l’altitudine in modo errato, impostando una discesa troppo ritardata. Per questo cercò in extremis di riprendere quota, senza però riuscirci. L’inchiesta non escluse nemmeno che il pilota fosse stato vittima di un malore proprio nella fase più critica della manovra. Ma non fu possibile eseguire l’autopsia sui resti del corpo del capitano Saalfeld, né l’aereo tedesco era dotato di un registratore di volo, all’epoca non ancora obbligatorio. Quel terribile disastro resterà per sempre avvolto nel mistero, quasi com’era avvenuto pochi anni prima, il 4 maggio 1949, nello schianto del Grande Torino sulla collina di Superga. Una tragedia, quella del Toro, rimasta nell’immaginario collettivo e nella memoria non solo degli sportivi, tanto quanto venne invece tristemente dimenticata quella di Brema.
Alcuni quotidiani italiani, il giorno successivo al disastro, riportarono la notizia di otto, e non sette, nuotatori azzurri periti, coinvolgendo nell’incidente anche Gianni Gross, uno dei migliori ranisti italiani di quegli anni, che però all’ultimo era stato escluso dalla squadra per il meeting tedesco. Fu proprio Gross a telefonare alle agenzie di stampa, comunicando che non era su quel volo e che dunque era vivo. Il destino gli era stato benevolo più o meno come era successo, per cause diverse, ad altri ottimi nuotatori azzurri di allora: Daniela Beneck aveva rinunciato per problemi fisici e personali; Pietro Boscaini per le precarie condizioni di forma; Elisabetta Noventa per un esame universitario improrogabile; Laura Schiessari per i postumi di un’appendicite. E all’ultimo momento, per motivi familiari e tecnici, si era defilato dalla trasferta anche l’allenatore Bubi Dennerlein, in seguito mentore della grande Novella Calligaris.
La sorte che salvò loro la vita voltò invece le spalle ai sette azzurri convocati per la trasferta di Brema, che era stata preceduta da una serie incredibile di coincidenze ed eventi sfavorevoli, quasi premonitori. Il volo previsto da Linate per la Germania, da tempo prenotato per i nuotatori italiani, venne infatti cancellato per la fitta nebbia sullo scalo milanese. La comitiva azzurra stava già per ripiegare su un’alternativa via terra (treno e pullman), ma si trovò all’ultimo momento un aereo della Swissair per Zurigo, con successive coincidenze per Francoforte e poi Brema. Gli azzurri però arrivarono a Francoforte in leggero ritardo, circa dodici minuti persi alla dogana che si rivelarono fatali: non riuscirono così a prendere la coincidenza già prevista per Brema e dovettero ripiegare sul volo successivo, che però non arrivò mai a destinazione.
"Un giorno tu mi cercherai" stavano cantando l’Equipe 84 e The Renegade al Festival di Sanremo e nelle tv degli italiani. "Se tu non fossi qui" era invece il brano di Peppino Gagliardi e Pat Boone: altri due titoli che sembravano una sinistra premonizione del disastro, così come certi strani comportamenti da parte degli stessi nuotatori azzurri convocati per Brema negli istanti e nei giorni che precedettero quel tragico viaggio. "Perdonami mamma, di tutto" aveva sussurrato al telefono Dino Rora, apparentemente senza alcun motivo, parlando con la madre poco prima di imbarcarsi per Brema, quasi fosse presago del dramma che si sarebbe compiuto di lì a poco. “La fanciullezza, stroncata dalla morte, è una cosa tremenda, ma in sé è anche divina, perché non ha conosciuto le sventure umane” aveva scritto invece nell’ultimo compito in classe Sergio De Gregorio. E Luciana Massenzi, durante il collegiale di preparazione a Catania, aveva sussurrato ai compagni di Nazionale una sera sulla spiaggia: "Voglio starmene da sola in riva al mare a ringraziare Dio per quello che ha creato". Poi, poco prima di partire per la sua ultima trasferta, si era confidata con l’amica Daniela Beneck, rimasta a casa: "Con questi aerei non si sa mai, ti saluto per l’ultima volta, per scaramanzia...".
Quel giorno a Brema in un attimo, un lampo, scomparve un’intera generazione del nuoto italiano. Nei teneri sguardi di quei sette ragazzi, che avrebbero meritato le prime pagine dei giornali per i loro meriti sportivi e non solo per il tragico destino che li accomunò, c’era tutta la generosità e la passione, l’ingenuità e l’abnegazione dei giovani campioni di un tempo, poveri ma belli, umili e per questo ancora più grandi, pur se anonimi e semisconosciuti in un’Italia che era appena tornata a galla dopo la seconda guerra mondiale ma che quasi non sapeva nuotare. “Non erano né ricchi né famosi – scrisse dopo la tragedia Dino Buzzati –. A guardare le loro foto fanno tenerezza e pietà. E poi l’Italia era a seguire Sanremo, una gara di nuoto in un Paese che non sa stare a galla non era così interessante”. Struggente fu il pensiero corsaro di Pier Paolo Pasolini: “Quei visi dimostrano un completo abbandono alla vita. Come forza, come gioventù. Io mi chiedo quale disegno ci sia in questa orrenda disgrazia successa a Brema. Che cosa hanno voluto dire questi giovani a noi che sopravviviamo a loro”.
A bordo di quel volo Lufthansa 405 partito da Francoforte c’erano anche sette giovani nuotatori azzurri, quattro uomini e tre donne che in verità erano poco più che ragazzi: Sergio De Gregorio, Bruno Bianchi, Amedeo Chimisso, Luciana Massenzi, Dino Rora, Carmen Longo e Daniela Samuele. Avrebbero dovuto partecipare a Brema, nel nord della Germania, a uno dei più prestigiosi meeting internazionali di allora e confrontarsi, come in quegli anni non succedeva spesso, anche con i rivali americani, australiani, giapponesi... Nessuno dei 46 passeggeri riuscì a sopravvivere nell’immane disastro, che si portò via un’intera generazione del nuoto italiano e passò tristemente alla storia come la tragedia di Brema.
Bruno Bianchi, nato a Trieste, era stileliberista e capitano della Nazionale, 16 volte primatista italiano, il più vecchio e già veterano del gruppo, anche se appena ventiduenne. Nuotava a Torino per la squadra sponsorizzata dalla Fiat, azienda nella quale lavorava per pagarsi gli studi universitari, ed era allenato dal famoso Umberto Usmiani, per il quale aveva una sorta di venerazione. Era già stato azzurro anche alle Olimpiadi di Roma 1960 e Tokyo 1964, riuscendo a entrare in finale con le staffette 4x100 mista e 4x200 stile libero. Il diciannovenne veneziano Amedeo Chimisso, dorsista e primatista dei 200 misti, aveva imparato a nuotare nei canali della Giudecca, nella laguna veneta, e gareggiava per la Rari Nantes Patavium. Figlio di uno scaricatore di porto di Venezia, faceva il fattorino a tempo perso per cercare di sbarcare il lunario. Il romano Sergio De Gregorio, stileliberista e delfinista, cinque titoli italiani assoluti e pluriprimatista nazionale, avrebbe compiuto vent’anni a febbraio. Di giorno lavorava e di notte si allenava per l’A.S. Roma. Spaziava dai 200 ai 1500 stile libero e stabilì 16 record italiani. Lui pure era stato finalista con la staffetta azzurra ai Giochi di Tokyo 1964. Appena diciottenne e originaria di Bologna era Carmen Longo, ranista e mistista, primatista e campionessa italiana della Rari Nantes. Frequentava il liceo classico e nello zaino per Brema aveva messo anche un libro di Saffo, la sua poetessa preferita. Da Roma arrivava Luciana Massenzi, 20 anni, stileliberista e dorsista, quattro titoli assoluti, primatista dei 100 dorso. Tesserata per la Roma Nuoto, era stata azzurra agli Europei 1962 di Lipsia, sempre in Germania. La stessa età aveva Chiaffredo “Dino” Rora, dorsista e stileliberista torinese, come Bianchi tesserato per il Fiat. Per l’azienda automobilistica torinese lavorava inoltre come impiegato ed era uno dei quattro nuotatori italiani ad aver detenuto fino ad allora un record europeo (come Angelo Romani, Paolo Pucci e Fritz Dennerlein): 1’01”9 nei 100 dorso. Due anni prima era stato settimo con la staffetta azzurra nella 4x100 mista alle Olimpiadi di Tokyo. Appena 17 anni aveva infine Daniela Samuele, nata a Genova ma cresciuta a Milano nella Canottieri Olona, mistista e delfinista, la più giovane del gruppo. Nella sua valigia, accanto al costume, si era portata per l’occasione anche il suo primo abito da sera in chiffon. Con loro sul volo verso Brema c’erano anche il tecnico federale Paolo Costoli, fiorentino di 55 anni, ex ottimo nuotatore azzurro e poi eccellente pallanotista (quattro scudetti con la Rari Nantes Firenze), e il telecronista Nico Sapio, 36 anni, che avrebbe dovuto commentare le immagini televisive in eurovisione per la Rai. Nessuno si salvò in quel terribile schianto: erano le 18,51 di venerdì 28 gennaio 1966.
La notte dell’addio era il titolo della canzone di Iva Zanicchi che Mike Bongiorno stava presentando quella sera al Festival di Sanremo, trasmesso in diretta dal programma Nazionale della Rai. I telespettatori italiani rimasero a lungo ignari della tragedia di Brema. Allora non c’erano Internet, né telefoni cellulari, e la notizia del disastro arrivò solo molte ore dopo e con dispacci di agenzia lacunosi e frammentari. Il numero delle vittime e la dinamica dello schianto rimasero inizialmente incerti e controversi. Si parlò di condizioni meteo critiche, di illuminazione difettosa sulla pista dell’aeroporto, di scarsa visibilità, di manovra errata, di malore del pilota. Alcuni fra i soccorritori dissero di aver trovato il copilota al suo posto, deceduto sul colpo, ma con una tenaglia arrugginita in mano. Perché? In seguito fu accertato che quel giorno nella zona di Brema il meteo aveva previsto tempo inclemente e visibilità molto scarsa, tanto che sul Corvair della Lufthansa era stata imbarcata una quantità maggiore di carburante nell’eventualità di un atterraggio alternativo di emergenza all’aeroporto di Stoccarda. Il capitano Heinz Saalfeld, primo pilota di quel volo CV-440, decise invece di affrontare ugualmente la discesa su Brema. Verso le 18,40 l’aereo iniziò l’avvicinamento da est alla pista numero 27. Per la forte pioggia la visibilità era ridotta a 700 metri, con vento forte in coda. Furono probabilmente alcuni errori umani e tecnici a causare il disastro. Quando infatti l’aereo era ormai a una decina di metri dal suolo, il capitano Saalfeld capì che non sarebbe riuscito a tenerlo in pista e che sarebbe finito lungo. Così impostò una “riattaccata”, tentò cioè di riprendere quota con un immediato e nuovo impulso ai motori. Ma il Corvair da 21,5 tonnellate fece una brusca virata a sinistra, toccò probabilmente il suolo con l’ala di quel lato e si schiantò contro un campo 400 metri oltre la fine della pista dell’aeroporto, prendendo fuoco. Nello spaventoso rogo, spento dai vigili del fuoco circa un’ora dopo, l’aereo andò quasi completamente distrutto. Nessuno dei passeggeri sopravvisse.
La commissione che indagò sulla tragedia pubblicò il proprio rapporto solo un anno più tardi, concludendo che per il malfunzionamento di uno strumento di bordo l’aereo non imboccò il corretto corridoio di discesa e mantenne una quota superiore a quella necessaria per l’atterraggio. Il capitano Saalfeld, a causa dell’oscurità e della scarsa visibilità, probabilmente stimò l’altitudine in modo errato, impostando una discesa troppo ritardata. Per questo cercò in extremis di riprendere quota, senza però riuscirci. L’inchiesta non escluse nemmeno che il pilota fosse stato vittima di un malore proprio nella fase più critica della manovra. Ma non fu possibile eseguire l’autopsia sui resti del corpo del capitano Saalfeld, né l’aereo tedesco era dotato di un registratore di volo, all’epoca non ancora obbligatorio. Quel terribile disastro resterà per sempre avvolto nel mistero, quasi com’era avvenuto pochi anni prima, il 4 maggio 1949, nello schianto del Grande Torino sulla collina di Superga. Una tragedia, quella del Toro, rimasta nell’immaginario collettivo e nella memoria non solo degli sportivi, tanto quanto venne invece tristemente dimenticata quella di Brema.
Alcuni quotidiani italiani, il giorno successivo al disastro, riportarono la notizia di otto, e non sette, nuotatori azzurri periti, coinvolgendo nell’incidente anche Gianni Gross, uno dei migliori ranisti italiani di quegli anni, che però all’ultimo era stato escluso dalla squadra per il meeting tedesco. Fu proprio Gross a telefonare alle agenzie di stampa, comunicando che non era su quel volo e che dunque era vivo. Il destino gli era stato benevolo più o meno come era successo, per cause diverse, ad altri ottimi nuotatori azzurri di allora: Daniela Beneck aveva rinunciato per problemi fisici e personali; Pietro Boscaini per le precarie condizioni di forma; Elisabetta Noventa per un esame universitario improrogabile; Laura Schiessari per i postumi di un’appendicite. E all’ultimo momento, per motivi familiari e tecnici, si era defilato dalla trasferta anche l’allenatore Bubi Dennerlein, in seguito mentore della grande Novella Calligaris.
La sorte che salvò loro la vita voltò invece le spalle ai sette azzurri convocati per la trasferta di Brema, che era stata preceduta da una serie incredibile di coincidenze ed eventi sfavorevoli, quasi premonitori. Il volo previsto da Linate per la Germania, da tempo prenotato per i nuotatori italiani, venne infatti cancellato per la fitta nebbia sullo scalo milanese. La comitiva azzurra stava già per ripiegare su un’alternativa via terra (treno e pullman), ma si trovò all’ultimo momento un aereo della Swissair per Zurigo, con successive coincidenze per Francoforte e poi Brema. Gli azzurri però arrivarono a Francoforte in leggero ritardo, circa dodici minuti persi alla dogana che si rivelarono fatali: non riuscirono così a prendere la coincidenza già prevista per Brema e dovettero ripiegare sul volo successivo, che però non arrivò mai a destinazione.
"Un giorno tu mi cercherai" stavano cantando l’Equipe 84 e The Renegade al Festival di Sanremo e nelle tv degli italiani. "Se tu non fossi qui" era invece il brano di Peppino Gagliardi e Pat Boone: altri due titoli che sembravano una sinistra premonizione del disastro, così come certi strani comportamenti da parte degli stessi nuotatori azzurri convocati per Brema negli istanti e nei giorni che precedettero quel tragico viaggio. "Perdonami mamma, di tutto" aveva sussurrato al telefono Dino Rora, apparentemente senza alcun motivo, parlando con la madre poco prima di imbarcarsi per Brema, quasi fosse presago del dramma che si sarebbe compiuto di lì a poco. “La fanciullezza, stroncata dalla morte, è una cosa tremenda, ma in sé è anche divina, perché non ha conosciuto le sventure umane” aveva scritto invece nell’ultimo compito in classe Sergio De Gregorio. E Luciana Massenzi, durante il collegiale di preparazione a Catania, aveva sussurrato ai compagni di Nazionale una sera sulla spiaggia: "Voglio starmene da sola in riva al mare a ringraziare Dio per quello che ha creato". Poi, poco prima di partire per la sua ultima trasferta, si era confidata con l’amica Daniela Beneck, rimasta a casa: "Con questi aerei non si sa mai, ti saluto per l’ultima volta, per scaramanzia...".
Quel giorno a Brema in un attimo, un lampo, scomparve un’intera generazione del nuoto italiano. Nei teneri sguardi di quei sette ragazzi, che avrebbero meritato le prime pagine dei giornali per i loro meriti sportivi e non solo per il tragico destino che li accomunò, c’era tutta la generosità e la passione, l’ingenuità e l’abnegazione dei giovani campioni di un tempo, poveri ma belli, umili e per questo ancora più grandi, pur se anonimi e semisconosciuti in un’Italia che era appena tornata a galla dopo la seconda guerra mondiale ma che quasi non sapeva nuotare. “Non erano né ricchi né famosi – scrisse dopo la tragedia Dino Buzzati –. A guardare le loro foto fanno tenerezza e pietà. E poi l’Italia era a seguire Sanremo, una gara di nuoto in un Paese che non sa stare a galla non era così interessante”. Struggente fu il pensiero corsaro di Pier Paolo Pasolini: “Quei visi dimostrano un completo abbandono alla vita. Come forza, come gioventù. Io mi chiedo quale disegno ci sia in questa orrenda disgrazia successa a Brema. Che cosa hanno voluto dire questi giovani a noi che sopravviviamo a loro”.










